La Marcia su Roma compie 100 anni

Il partito nazionale fascista era nato per raccogliere politicamente le squadre d’azione che si erano rese protagoniste di episodi violenti ai danni di sedi sindacali, esponenti politici, tipografie e amministrazioni comunali socialiste soprattutto nel centro-nord Italia agricolo e industriale.

Nel frattempo le camicie nere si sarebbero messe in marcia verso Roma. Alla loro guida un quadrumvirato, composto dal ras di Ferrara Italo Balbo, dall’ex generale Cesare De Bono, dal nazionalista piemontese Michele De Vecchi e da Michele Bianchi, segretario del partito e ufficiale di collegamento con Benito Mussolini, che era rimasto a Milano nei suoi uffici del Popolo d’Italia, in attesa degli eventi. Le squadre fasciste contavano sul fatto che dallo Stato, come del resto era successo quasi sempre, su scala locale, negli anni precedenti, non arrivasse una reazione.
Il dimissionario governo Facta propose lo Stato d’Assedio, un provvedimento molto rigido che gli avrebbe assegnato pieni poteri per stroncare la rivolta e per affrontare con l’Esercito l’arrivo delle squadre a Roma, mobilitando i prefetti. Il re Vittorio Emanuele III, però, non lo firmò, dando di fatto il via libera alla vittoria politica del fascismo.
Mentre a Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella, tre località a poche ore di marcia, si erano radunate decine di migliaia di camicie nere sotto la pioggia e in attesa degli ordini, Mussolini trattava su tutti i tavoli con la classe dirigente liberale, facendo credere che i fascisti si sarebbero accontentati di qualche ministero nel nuovo governo per fermare il caos nel quale stava precipitando l’Italia.
Resosi conto di una posizione di grande forza, però, Mussolini a quel punto fece sapere al re che sarebbe sceso a Roma solo per ricevere l’incarico di formare lui, in prima persona, un nuovo governo. Il re acconsentì e Mussolini partì in treno da Milano per arrivare, il giorno dopo, al Quirinale per ottenere l’incarico.

A quel punto Mussolini ottenne dal re il consenso a far sfilare le camicie nere che da giorni erano accampate nelle campagne romane, in colonna da piazza del Popolo fino a piazza Venezia, e poi risalire verso il Quirinale.
Alcune frange entrarono nei quartieri popolari e si lasciarono andare ad atti di violenza. Il bilancio fu di sette morti, ma in quegli anni, in Italia, la violenza politica era un fattore quasi normalizzato e negli anni precedenti c’erano stati centinaia e centinaia di morti legati a vicende politiche.

Condividi su