di Paolo Sibilio 

Raffaele Mosca alla fine ha scelto il Consiglio comunale per rispondere alle accuse e alle insinuazioni circolate negli ultimi giorni intorno ad alcune telefonate intercorse con esponenti dell’opposizione. Conversazioni evidentemente accese, segnate da toni duri e da uno scontro politico che Mosca non ha cercato né di edulcorare né di ridimensionare. Ha però respinto con decisione l’idea che quei confronti possano essere descritti come minacce.

Lo ha fatto con una frase che, nella sua semplicità, sintetizza bene la linea della sua difesa: «Perché dicono che sono stati minacciati e poi mi salutano per le scale?».

È il modo con cui Mosca prova a mettere in evidenza quella che considera una contraddizione tra la gravità delle accuse formulate e la normalità dei rapporti mantenuti successivamente. Una versione che naturalmente non chiude la vicenda, ma che introduce una distinzione necessaria: un confronto politico anche molto duro, una telefonata dai toni esasperati e una minaccia non sono la stessa cosa. E quando nel racconto pubblico viene utilizzata una parola così grave, sarebbe opportuno che alle suggestioni seguissero circostanze, fatti e riscontri altrettanto chiari.

Su questa vicenda resta poi sullo sfondo una coincidenza temporale che avevamo già evidenziato da queste pagine. Alcune delle realtà mediatiche locali oggi particolarmente attente alle vicende di Mosca sono le stesse con le quali, fino a qualche tempo fa, esistevano rapporti professionali e commerciali, comprese sponsorizzazioni. Quei rapporti si sono interrotti e, successivamente, il registro utilizzato nei confronti del consigliere è diventato sensibilmente più aggressivo.

Una successione temporale non dimostra, evidentemente, alcun rapporto di causa ed effetto. Sarebbe scorretto sostenerlo senza elementi. Ma sarebbe altrettanto singolare fingere che quella sequenza non esista e che non possa legittimamente alimentare qualche interrogativo. La critica politica e giornalistica è sacrosanta, soprattutto nei confronti di chi ricopre una funzione pubblica; altra cosa è quando il racconto rischia di scivolare nell’insinuazione o quando vengono utilizzate espressioni capaci di attribuire ai fatti una gravità ben diversa da quella di un normale scontro politico.

Le parole, soprattutto in questi casi, hanno un peso. Quelle pronunciate durante una telefonata, certamente, ma anche quelle utilizzate successivamente per raccontarla.

Eppure sarebbe riduttivo leggere l’intervento di Mosca soltanto attraverso il caso delle telefonate. Perché, archiviata la parte personale, il consigliere ha spostato il proprio intervento su un terreno decisamente più delicato, dedicando una lunga e dettagliata requisitoria alla gestione dell’ACCC 19.

È probabilmente questo il passaggio politicamente più rilevante dell’intera vicenda.

Mosca ha messo in fila fatti, atti, passaggi amministrativi e responsabilità, restituendo dall’aula l’immagine di una gestione che, nella sua ricostruzione, avrebbe presentato criticità profonde. Un quadro descritto, senza troppe sfumature, come quello di un vero e proprio “colabrodo amministrativo”.

Ed è proprio qui che il rumore prodotto dalle telefonate rischia di diventare una distrazione rispetto alla sostanza.

Mentre all’esterno del Consiglio comunale l’attenzione si concentra sui toni utilizzati da Mosca e sulle presunte minacce, nell’aula consiliare vengono sollevate questioni che riguardano la gestione di un organismo pubblico. Questioni che, proprio per la loro natura, meritano qualcosa di più di una contrapposizione politica giocata sulle dichiarazioni.

Le contestazioni formulate da Mosca dovranno essere verificate attraverso gli atti e confrontate con le decisioni assunte nel tempo. Chi ha avuto responsabilità nella gestione dell’ACCC 19 avrà naturalmente modo di fornire la propria ricostruzione e di replicare punto per punto. È questo, del resto, il terreno sul quale una vicenda del genere dovrebbe essere affrontata.

Perché se la ricostruzione proposta da Mosca fosse infondata, saranno proprio le carte a smentirla. Se invece dagli atti dovesse emergere anche soltanto una parte delle criticità denunciate in aula, il centro della discussione cambierebbe inevitabilmente.

A quel punto non sarebbe più il tono di una telefonata a rappresentare la questione principale, ma la qualità della gestione amministrativa dell’ACCC 19.

Ed è forse questo l’aspetto che rischia di rimanere soffocato dalla polemica di questi giorni. Le telefonate possono alimentare titoli, ricostruzioni e scontri personali; gli atti amministrativi hanno invece una consistenza diversa, perché restano e possono essere letti, verificati e confrontati.

Mosca, in Consiglio comunale, ha scelto di rispondere alle accuse che lo riguardavano, ma soprattutto ha deciso di spostare il confronto proprio su quel terreno. Ha dato la propria versione sulle telefonate e, subito dopo, ha aperto il fascicolo dell’ACCC 19.

Sulle presunte minacce resta la frase con cui ha liquidato la questione: «Dicono che li ho minacciati e poi mi salutano per le scale?».

Sull’ACCC 19, invece, la partita è appena cominciata. E questa volta, più delle parole, saranno le carte a dover parlare.