l piano di rientro dal disavanzo della sanità in Campania è stato un lungo percorso di “lacrime e sangue” con tagli orizzontali che hanno spinto la qualità dei servizi in fondo alle classifiche.

Sono passati 19 anni da quel 13 marzo 2007, quando l’allora presidente della Regione Campania Antonio Bassolino firmò a Roma – in carica c’era il secondo governo di Romano Prodi e il ministro della Salute era Livia Turco – il «piano di rientro dal disavanzo e di riqualificazione e razionalizzazione del servizio sanitario della Regione Campania», un dossier di 206 pagine che secondo le intenzioni iniziali avrebbe dovuto traghettare la Campania verso una nuova fase della sanità ospedaliera, delle Asl e nel rapporto coi privati entro il 2010. Quel piano di rientro è invece durato quasi un ventennio e si è concluso solo venerdì 27 marzo 2026, con il via libera del ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci.

La Campania dunque torna nella gestione ordinaria dopo quasi 7.000 giorni. Che significa in pratica? Il piano di rientro non tolse a Palazzo Santa Lucia i poteri sul comparto, ma di fatto li limitò molto. Le scelte su spesa, organizzazione e servizi per anni hanno dovuto rispettare vincoli fissati insieme allo Stato, sotto controllo del ministero della Salute e del Mef. La Regione era obbligata a stare dentro tetti di spesa rigidi, ridurre i costi, limitare le assunzioni e  riorganizzare ospedali e prestazioni secondo obiettivi nazionali per evitare sanzioni e interventi correttivi.

La svolta avviene con la certificazione che, nell’anno 2023, dichiara che Campania è finalmente riuscita a superare la soglia di sufficienza nel Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) in tutte e tre le macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. L’amministrazione dell’ex governatore Vincenzo De Luca intavola una complessa trattativa redigendo il “Documento Tecnico di uscita dal Piano di Rientro”. Non mancano le tensioni, perché a settembre 2025 la Regione ricorre al Tar per vedere riconosciute le proprie ragioni e “sciogliere” questo laccio con Roma.

A novembre il Tribunale Amministrativo della Campania è d’accordo con Palazzo Santa Lucia, il ministero ricorre al Consiglio di Stato. È evidente che il muro contro muro non serve a granché. Quando arriva Roberto Fico inizia a trattare. I risultati dopo una serie di tavoli giungono  il 27 marzo 2026 con l’uscita definitiva dal Piano di Rientro, sancita dal ministero della Salute, guidato da Orazio Schillaci.

Con l’uscita dal disavanzo ora Fico (in carica da dicembre 2025) riacquisisce finalmente pieni poteri di programmazione ordinaria: da oggi la Regione potrà gestire autonomamente la sanità, tornare a programmare investimenti, assumere nuovo personale per far fronte alle barelle nei pronto soccorso e tentare di abbattere le lunghissime liste d’attesa senza la “spada di Damocle” dei vincoli imposti per diciannove anni da Roma.

“L’uscita dal Piano di rientro non è un punto di arrivo. Ci sprona a lavorare con rinnovata e sempre maggiore dedizione e senso di responsabilità per risolvere le criticità che tuttora esistono nella sanità e per potenziare il sistema, e in particolare la rete della medicina territoriale, con l’obiettivo di rispondere ai bisogni della comunità”ha detto il Governatore cmpano.

Anche il Presidente del Consiglio Regionale della Campania, Massimiliano Manfredi ha commentato l’uscita della Campania dal piano di rientro.

“Una vittoria – aggiunge – che è anche figlia del clima costruttivo e del rispetto istituzionale che stanno accompagnando questa prima fase della nuova Legislatura, in Consiglio regionale e nella Giunta, alla luce del sole e nel rispetto delle differenze. È il frutto del lungo lavoro svolto negli anni, degli importanti risultati conseguiti nelle attività di screening e di potenziamento delle Rsa e del dialogo aperto dal Presidente della Regione Roberto Fico con il ministero della Salute, che è stato determinante. Il mio ringraziamento – sottolinea Manfredi – va anche ai medici e agli operatori sanitari che, in questi anni, superando difficoltà e pregiudizi territoriali, hanno consentito, con il loro impegno e abnegazione, il raggiungimento di questo obiettivo. E proprio con loro, in una collaborazione di ascolto e confronto e non più verticistica, dobbiamo individuare i futuri obiettivi che l’apertura di questa fase nuova consente. L’uscita dal piano di rientro – continua Massimiliano Manfredi- ha una ricaduta fondamentale ed immediata sulla programmazione degli investimenti, sull’assunzione di personale medico ed infermieristico, sull’ammodernamento di strutture e tecnologie. Ora la sfida è quella dare slancio alla medicina territoriale, attraverso le case e gli ospedali di comunità che, con l’attivo coinvolgimento dei medici di base, consentiranno di dare risposte sanitarie più appropriate e di ridurre il carico sugli ospedali”.

Si e’ risentito innqueste ore anche l’ex Presidente De Luca che in un post sui social ha detto:

“Da un anno e mezzo erano stati raggiunti tutti gli obiettivi: a settembre abbiamo dovuto presentare il ricorso al Tar, contro la violazione di legge operata dal Ministero. Il Tar lo ha accolto con sentenza del 14 novembre. Dunque il Ministero non ha fatto altro che adeguarsi alla decisione del tribunale amministrativo”.