Articolo di Angela Esposito – Dopo essere state ammirate per tutta l’estate alla Certosa di San Giacomo, all’interno della mostra che celebrava i duecento anni dalla scoperta della Grotta Azzurra, tre opere della collezione del Centro Caprense Ignazio Cerio sono tornate nella loro sede naturale e si possono di nuovo vedere da vicino.

Il prestito ai Musei e Parchi Archeologici di Capri si è concluso e i reperti hanno ripreso il loro posto nelle sale del museo. Nei mesi scorsi sono serviti a raccontare a migliaia di persone quella stagione irripetibile tra Settecento e Ottocento, quando l’isola divenne una meta irrinunciabile per studiosi, viaggiatori e collezionisti da mezza Europa, gettando le basi del mito caprese.

La prima opera è la testa di Livia, un ritratto in marmo bianco del primo secolo dopo Cristo che raffigura la moglie di Augusto e madre di Tiberio. Con ogni probabilità venne alla luce durante gli scavi condotti da Giuseppe Feola, figura fondamentale a cui si deve anche il ritrovamento del secondo reperto. Si tratta di un frammento di kylix attica a figure rosse, una coppa in ceramica del quinto secolo avanti Cristo scoperta nella necropoli delle Parate, a testimonianza di quanto le radici greche dell’isola fossero vive e profonde. L’entusiasmo delle campagne di Feola diede una spinta decisiva alle ricerche archeologiche locali, tanto che oggi lo si può considerare a buon diritto il vero capostipite della raccolta del museo.

Il terzo pezzo è invece il ritratto di un fanciullo scolpito a grandezza naturale nel marmo bianco, databile al secondo secolo dopo Cristo. Questo busto è legato alle indagini di fine Settecento dirette da Norbert Hadrawa nella zona del Castiglione.

I ritrovamenti di quegli anni contribuirono a creare le collezioni nate per evitare che la storia dell’isola andasse dispersa altrove. In questo percorso spicca il lavoro di Ignazio Cerio, medico e naturalista caprese vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, che mise insieme una raccolta straordinaria di antichità, minerali e fossili, aperta poi al pubblico come museo nel 1949. I reperti, restaurati e manutenuti nel tempo per conservarne al meglio la materia e i dettagli, sono pronti a farsi riscoprire. Ritrovarli oggi nelle sale di Palazzo Cerio significa guardare da vicino la vita antica dell’isola e riconoscere il lavoro paziente di chi ne ha salvato la memoria.