NAPOLI – Busti di Totò e San Gennaro, cornicelli portafortuna, magliette di Maradona e soprattutto calamite. È questo il biglietto da visita dei piccoli negozi che hanno invaso il centro storico di Napoli, gestiti in gran parte da cittadini del Bangladesh. Un fenomeno in forte espansione che, dietro un’apparenza innocua, nasconde un complesso sistema di sfruttamento e riciclaggio.

Negli ultimi anni, nelle aree più turistiche della città – da via Duomo a via dei Tribunali, fino a piazza Cavour – si assiste a una proliferazione continua di queste attività, spesso subentrate alle botteghe storiche costrette a chiudere per l’aumento degli affitti, che superano i 1000 euro al mese. Ma la domanda che molti commercianti locali si pongono è la stessa: come fanno a sostenere costi così alti vendendo solo souvenir di basso valore?

I controlli della Guardia di Finanza
Lo scorso 12 agosto un blitz nei Quartieri Spagnoli ha fatto emergere oltre 20 irregolarità: lavoratori in nero, evasione fiscale, occupazioni abusive di suolo pubblico. Alcuni dei negozi coinvolti erano proprio quelli gestiti da cittadini bengalesi.

Il sistema del debito
Dietro questi esercizi si celano spesso condizioni di lavoro durissime: dipendenti troppo giovani o troppo anziani, fino a 12 ore al giorno per salari miseri. Secondo fonti investigative, molti devono ripagare i debiti contratti per arrivare in Italia, in una spirale di sfruttamento orchestrata dalla cosiddetta “mafia bengalese”.

Il business dei visti
Un’inchiesta recente ha svelato come il sistema criminale sfrutti anche la difficoltà di entrare legalmente in Italia. Funzionari corrotti dell’ambasciata italiana a Dacca, in cambio di tangenti e regali, avrebbero agevolato il rilascio di visti a persone segnalate dagli “imprenditori” bengalesi. Intercettazioni avrebbero persino fatto riferimento a un “gancio” a Napoli.

Un affare internazionale
Dietro le calamite e i portachiavi si intrecciano dunque dinamiche di riciclaggio, sfruttamento del lavoro nero e traffico di esseri umani, con collegamenti che vanno dal quartiere di piazza Mercato fino al Bangladesh, passando per ambasciate e reti criminali transnazionali.

“Il potente si arricchisce sempre a discapito di chi non ha possibilità – commenta l’avvocato Arena – e lo sfruttamento è reso possibile anche dalle falle e dalle rigidità della politica italiana”.