A Napoli prende avvio il procedimento a carico degli otto giovani imputati per l’omicidio del quindicenne Emanuele Tufano, ucciso durante una sparatoria avvenuta la sera del 24 ottobre in via Carminiello al Mercato. Il giudizio immediato, richiesto dalla Procura distrettuale antimafia, è stato disposto alla luce di un quadro indiziario ritenuto già solido, consentendo di saltare l’udienza preliminare.

Il processo si apre dinanzi alla settima sezione penale collegiale del Tribunale di Napoli. Alla sbarra compaiono Giuseppe Auricchio, Mattia Buonafine, Raffaele Crisciuolo, Gennaro De Martino, Francesco Esposito, Simone Gioffredo, Cristian Scarallo e Vincenzo Zerobio, accusati a vario titolo dell’omicidio maturato all’interno della cosiddetta faida dei babyras. Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo avrebbe agito in modo organizzato e armato nell’ambito delle nuove dinamiche criminali della zona.

La sparatoria, avvenuta a pochi passi dal Rettifilo, trasformò una strada del centro in un teatro di guerra. Per gli inquirenti, Tufano sarebbe stato colpito da fuoco amico, vittima di uno dei proiettili sparati dallo stesso gruppo di cui faceva parte. Il delitto ha segnato una svolta nelle indagini, evidenziando la pericolosità delle nuove babygang vicine agli ambienti camorristici.

A difendere gli imputati un ampio collegio di avvocati, mentre in un procedimento parallelo figurano indagati altri sei giovani, tutti minorenni all’epoca dei fatti, per i quali è atteso il possibile rinvio a giudizio davanti al Tribunale per i minorenni.

La vicenda si intreccia con l’omicidio di Emanuele Durante, ritenuto dagli investigatori direttamente collegato alla morte di Tufano. Dopo l’agguato di via Carminiello, sarebbe infatti entrato in azione un presunto “tribunale della camorra”, volto a individuare e punire un presunto responsabile della sparatoria. Durante sarebbe stato indicato come coinvolto, un’ipotesi che le indagini ritengono errata, ma che non gli ha evitato la condanna criminale che lo ha portato alla morte.

Restano ancora numerosi interrogativi sulle dinamiche che hanno condotto alla sua uccisione: dall’errore di persona alle tensioni interne ai gruppi armati giovanili, fino all’eventualità di un capro espiatorio scelto per distogliere l’attenzione dei vertici criminali. Solo i processi, tra testimonianze e perizie, potranno tentare di chiarire i contorni di due omicidi che hanno trasformato una faida giovanile in una tragica spirale di violenza.