
Sovraffollamento e prevenzione: la questione sanitaria irrisolta nella struttura penitenziaria. Alla Casa circondariale di Avellino Bellizzi la cronaca torna a occuparsi di sanità penitenziaria con la sobrietà che impongono i fatti e con la regolarità che accompagna le questioni mai del tutto risolte. Questa volta, è stato segnalato un nuovo sospetto caso di scabbia, il primo dopo oltre un anno, che ha determinato l’immediato isolamento della camera detentiva interessata, in attesa delle verifiche mediche previste. Nulla che esca, formalmente, dall’alveo dei protocolli. Neanche a dirlo, è bastato a riaccendere una questione che nel carcere irpino resta strutturale: quella delle condizioni igienico-sanitarie in un istituto che vive stabilmente oltre la propria capienza.
I detenuti presenti superano le 600 unità, mentre i posti regolamentari sono circa 500. Un dato essenziale, privo di retorica, che da solo restituisce la misura delle difficoltà quotidiane nella gestione degli spazi e della convivenza forzata. Il sospetto caso — che resta tale in attesa di conferme cliniche — richiama l’attenzione sui rischi connessi alla diffusione di patologie infettive in un contesto chiuso e sovraffollato, dove le misure di prevenzione si scontrano con limiti strutturali evidenti e dove ogni segnalazione sanitaria assume un peso che va oltre il singolo episodio. Non è una novità, né un evento isolato: è la conseguenza lineare di numeri che da tempo eccedono la soglia della sostenibilità.
In attesa degli esiti delle verifiche mediche, la situazione resta sotto monitoraggio. La camera interessata è stata isolata, i controlli sono in corso, e l’istituto continua a muoversi in quell’equilibrio precario che caratterizza la quotidianità carceraria. I fatti, ancora una volta, parlano da soli: un carcere oltre la capienza, un sospetto caso sanitario che riemerge, e una realtà che continua a misurarsi con fragilità note, senza clamore, ma con una persistenza che non consente distrazioni.




