
“Ogni volta che piove tratteniamo il fiato. Non dovrebbe essere così. E invece accade: un boato, calcinacci sull’asfalto, transenne che spuntano come funghi dopo il temporale. Stavolta è toccato ad Arzano, in via Zanardelli. Prima ancora Casoria, Afragola, Cardito, Torre del Greco, Napoli. L’elenco si allunga con una regolarità che non è più emergenza: è sistema.
Non possiamo continuare a raccontarci che si tratta di fatalità.
I crolli che si ripetono con frequenza sempre più allarmante sono il segnale evidente di un patrimonio edilizio lasciato troppo a lungo senza cura. Edifici abbandonati, immobili sgomberati in extremis grazie alla sensibilità di qualcuno, fabbricati senza manutenzione ordinaria né straordinaria, condomìni senza una vera governance tecnica. Non è il maltempo il colpevole: la pioggia, semmai, è solo l’ultima sollecitazione che mette a nudo fragilità sedimentate negli anni.
La rigenerazione urbana non può essere ridotta a un maquillage architettonico o a qualche intervento spot finanziato a singhiozzo. Deve partire da un principio semplice e non negoziabile: la sicurezza. Prima delle facciate, prima delle piazze ridisegnate, prima dei rendering patinati, viene la stabilità strutturale, la verifica dello stato di conservazione, la responsabilità nella gestione dell’edificato esistente.
Il problema è più profondo di quanto si voglia ammettere. L’abbandono non riguarda solo singoli immobili, ma intere porzioni di città. E per abbandono non si intende soltanto l’assenza fisica di abitanti, bensì la mancanza di cura, di programmazione, di prevenzione. Edifici che invecchiano senza controlli, infiltrazioni ignorate, lesioni sottovalutate, strutture che nessuno monitora con continuità.
In molti casi la proprietà è frammentata in una miriade di millesimi: condomìni
dove ogni decisione diventa un percorso a ostacoli, dove l’interesse collettivo si arena di fronte a conflitti, inerzie, difficoltà economiche. E così il tempo passa. Ma il degrado no: quello avanza.
Serve uno scatto culturale e normativo. Servono tecnici qualificati ai quali affidare, con continuità, la “vita” degli edifici, proprio come avviene per altre infrastrutture strategiche. Serve il coraggio di distinguere ciò che è recuperabile da ciò che non lo è più. Dove il danno è irreversibile, l’abbattimento non deve essere un tabù, ma parte di una strategia di rigenerazione urbana che valorizzi il salvabile e restituisca spazi sicuri e dignitosi alla collettività.
Forse è il momento di pensare a una legge speciale che intervenga su quella che è la seconda cellula aggregativa della nostra società: il condominio. Se in una famiglia lo Stato interviene quando un minore è in pericolo, perché un fabbricato può essere
lasciato morire fino a diventare un rischio per chi lo abita e per chi gli vive accanto? Un edificio che crolla non è solo un fatto edilizio: è una sconfitta civile.
Ogni crollo annunciato racconta di relazioni interrotte tra proprietà e responsabilità, tra diritto e dovere, tra città e cittadini. E ogni volta ci indigniamo, promettiamo verifiche, invochiamo controlli. Poi torna il sole e con lui l’oblio.
Ma la città non può vivere di memoria corta. La sicurezza non è un costo accessorio: è la precondizione della qualità urbana. Rigenerare significa prevenire, programmare, monitorare. Significa guardare oltre l’immediato consenso e costruire una visione di lungo periodo.
Perché la prossima pioggia arriverà. La domanda è: saremo ancora qui a contarci le macerie o avremo finalmente deciso di prenderci cura, con serietà e competenza, delle nostre città?”





