
Si chiude con una sentenza definitiva, ormai passata in giudicato, una complessa vicenda di malasanità che ha portato alla condanna dell’azienda ospedaliera al risarcimento dei familiari della vittima. Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha stabilito un indennizzo complessivo superiore a 1 milione e 700mila euro in favore dei cinque eredi di S.C., includendo danni, spese legali e interessi maturati. Secondo quanto emerso nel giudizio civile, il decesso dell’uomo, avvenuto il 23 settembre 2019, è riconducibile a gravi responsabilità sanitarie. Determinante sarebbe stata un’infezione contratta durante il ricovero ospedaliero e progressivamente aggravata fino all’esito fatale.
La causa, avviata nel settembre 2024, è stata seguita dalla società Metis Risarcimenti S.r.l., con sede ad Aversa, mentre la difesa degli eredi è stata affidata agli avvocati Marcello Bianco e Nicola Aurora. L’uomo era stato inizialmente ricoverato il 28 agosto 2019 per fratture al gomito e al polso destro. Nei giorni successivi, però, il quadro clinico si era complicato: un accesso al pronto soccorso per cirrosi epatica e un nuovo ricovero, il 21 settembre, nel reparto di malattie infettive.Due giorni dopo, il 23 settembre, la dimissione con diagnosi di grave infezione – avvenuta contro il parere dei sanitari – e il decesso sopraggiunto nella stessa giornata. Al centro della decisione dei giudici vi sono una serie di gravi omissioni. In particolare: mancata adozione di adeguate misure di profilassi antibiotica; assenza di documentazione relativa a trattamenti antibiotici sia nel primo che nel secondo ricovero; carenze nelle condizioni di sterilità chirurgica; sottovalutazione di una ulteriore frattura al femore; insorgenza di una polmonite contratta in ambito ospedaliero.
Dagli atti, inoltre, non risulta che al momento della prima dimissione sia stata prescritta alcuna terapia antibiotica, elemento ritenuto decisivo nella ricostruzione delle responsabilità. I giudici hanno evidenziato come manchi la prova dell’effettiva adozione di tutte le misure tecniche e sanitarie previste dai protocolli. Una lacuna documentale e operativa che ha inciso in modo determinante sull’esito della vicenda clinica. La sentenza rappresenta un punto fermo non solo per i familiari della vittima, ma anche sul piano giurisprudenziale, ribadendo l’obbligo per le strutture sanitarie di garantire standard elevati di sicurezza, prevenzione e tracciabilità delle cure.













