
La nota collaboratrice dell’Osservatorio Regionale della Campania denuncia offese, silenzi e ritardi. Le istituzioni sono state avvisate. C è un carcere nel cuore di Napoli. Si chiama Poggioreale. Lo conoscono tutti, anche quelli che non ci sono mai entrati. Lo conoscono per il sovraffollamento, per le condizioni di vita dei detenuti, per tutto ciò che dentro quelle mura accade e che fuori, spesso, non arriva. Stavolta qualcosa è arrivato fuori. E merita di essere detto chiaramente. Claudia Cavallo è una criminologa. Non è una figura decorativa. Collabora con lo staff del Garante regionale dei detenuti della Campania, il professor Samuele Ciambriello, e con l’Osservatorio sulle condizioni della detenzione. Entra a Poggioreale per lavorare, per osservare, per segnalare ciò che non va. Lo fa perché è il suo compito. Lo fa perché qualcuno deve farlo. Nel corso di una di queste attività istituzionali, un appartenente alla Polizia Penitenziaria dell’Istituto l’ha insultata. Con parole volgari, umilianti, irripetibili nella loro brutalità. Parole che non si rivolgono a nessuno, figuriamoci a una professionista impegnata in un compito di pubblica utilità. Dopo quelle parole: il silenzio. Nessuna scusa. Nessun atto riparativo. Nessun gesto — formale o umano — da parte dell’Amministrazione. Cinque o sei settimane.
Tanto ci è voluto prima che venissero avviate le procedure interne e gli approfondimenti disciplinari. Cinque o sei settimane durante le quali Claudia Cavallo ha aspettato una risposta che non è arrivata, mentre il personale coinvolto continuava a prestare servizio nello stesso reparto interessato dagli episodi segnalati. Ci sono regole, in uno Stato di diritto. Ci sono tempi, procedure, obblighi. Cinque o sei settimane di ritardo non sono una svista burocratica. Sono una scelta. Poi è arrivata una comunicazione della Direzione. E in quella comunicazione, Claudia Cavallo veniva definita — si badi bene — «accompagnatrice occasionale di eventi». Una criminologa che entra in un istituto penitenziario per tutelare i diritti dei detenuti, che segnala le irregolarità, che lavora accanto al Garante regionale: ridotta ad accompagnatrice di eventi. Come se aprisse porte a una mostra, non varchi dentro uno dei luoghi più difficili e dimenticati della città. Quella definizione non ha offeso solo lei. Ha offeso il ruolo del Garante regionale, la funzione dell’Osservatorio, il senso stesso di un presidio civile all’interno delle carceri. Ha offeso chi crede che la dignità — anche quella di chi ha sbagliato, anche quella di chi lavora tra le sbarre — valga qualcosa.
Claudia Cavallo ha scritto al Sindaco. Ha scritto al Consiglio regionale, ai consiglieri con cui collabora, ai vertici della Polizia Penitenziaria, agli organi di garanzia. Ha chiesto chiarezza. Ha chiesto scuse. Ha chiesto che si faccia luce sul clima complessivo all’interno dell’Istituto. Non ha chiesto vendetta. Ha chiesto quello che ogni cittadino dovrebbe poter chiedere senza doversi battere per ottenerlo: rispetto e verità. Il suo legale, l’avvocato Domenico D’Alessio, è stato netto: «Andremo fino in fondo affinché casi del genere non si possano verificare più, soprattutto da appartenenti alla divisa». Chi entra in un carcere per tutelare i diritti di chi non ha voce deve poterlo fare senza essere insultato. Senza essere ridotto a una comparsa. Senza aspettare due mesi per sapere se qualcuno, almeno formalmente, riconosce che è accaduto qualcosa di sbagliato. Poggioreale è dentro Napoli. Napoli è dentro questo Paese. Le istituzioni sono state avvisate. Adesso tocca a loro dimostrare di esserci.














