Condannato Carmine Barba a sei anni e sei mesi di carcere: dopo le minacce voleva comprarla a soli mille euro. La vittima per disperazione si incatenò fuori al commissariato. Prima c’era una casa da dare in fitto. Poi arrivarono le catene alla porta, i pitbull, le minacce. E infine una richiesta che, per il proprietario di quell’appartamento a Privati, aveva il sapore dell’ennesima imposizione: poco più di mille euro per comprare una casa di 150 metri quadrati. È una storia cominciata dodici anni fa e passata attraverso quattro gradi di giudizio. Adesso ha un punto fermo: Carmine Barba è stato condannato in via definitiva a sei anni e sei mesi di reclusione. La Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa del ras del clan D’Alessandro. Si chiude così il lungo procedimento nato dalla denuncia di un commerciante stabiese che, per anni, ha raccontato di non riuscire più a rientrare in possesso della propria abitazione. Tutto comincia nel 2014. Il commerciante ha un appartamento di circa 150 metri quadrati, disposto su due livelli, in via Pimonte a Scanzano. Un amico gli chiede di poterlo utilizzare per qualche mese: la figlia sta ristrutturando casa e ha bisogno di un posto dove stare. Il proprietario accetta. Non sa che, insieme alla ragazza, nell’appartamento entrerà anche il suo ex compagno: Carmine Barba che in quegli anni era diventato uno dei colonnelli della cosca di Scanzano.
Da quel momento, secondo la ricostruzione dell’accusa, la situazione cambia. Barba decide di rimanere nell’abitazione e il proprietario si ritrova davanti a una porta che non riesce più ad aprire. Nell’appartamento vengono sistemati anche i pitbull dell’uomo e l’ingresso viene chiuso con delle catene. Il commerciante prova a parlare, a trovare una soluzione. Ma, secondo quanto ricostruito dagli investigatori del commissariato di Castellammare di Stabia, arriva una proposta che sembra quasi una provocazione: cedere l’intero appartamento per sette euro al metro quadrato, circa mille euro in tutto. Il proprietario non accetta. E da quel momento, sempre secondo l’accusa, cominciano le pressioni. Barba lo avrebbe raggiunto anche sotto casa, con minacce e intimidazioni per convincerlo a rinunciare all’immobile. Passano gli anni e la casa resta al centro della contesa. Poi, alla fine del 2017, arriva un episodio ancora più inquietante. Una coppia di Castellammare si interessa all’affitto di uno dei due piani dell’appartamento. I due visitano l’immobile, valutano la possibilità di prendere la casa. Ma poco dopo, contro la loro auto vengono esplosi tre colpi di pistola. I potenziali inquilini fanno un passo indietro e rinunciano. Per il proprietario è il punto di rottura. Non sapendo più come far sentire la propria voce, decide di incatenarsi davanti al commissariato di polizia di Castellammare. Un gesto clamoroso per chiedere aiuto e attirare l’attenzione sulla vicenda.
Le indagini vanno avanti. A coordinare l’inchiesta è la Procura di Torre Annunziata, mentre gli accertamenti vengono condotti dagli agenti del commissariato. Un particolare non secondario: per questa vicenda, secondo quanto emerso nel procedimento, il clan D’Alessandro non viene ritenuto coinvolto. Barba, pur essendo considerato dalla Procura Antimafia l’armiere della cosca  di Scanzano, viene arrestato in questo caso nell’ambito di un’indagine della Procura ordinaria. A circa un mese dalla protesta davanti al commissariato arriva l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Nel 2022 la prima condanna: sei anni e sei mesi. La Corte d’Appello conferma. Poi il passaggio in Cassazione, che annulla la precedente sentenza e rimanda il procedimento ai giudici di secondo grado. Il nuovo processo porta a una modifica: viene eliminata l’aggravante relativa all’aver agito con la collaborazione di più persone. Ma la pena non cambia. Resta fissata a sei anni e sei mesi. La difesa torna quindi in Cassazione. E questa volta la Suprema Corte rigetta il ricorso. La condanna è definitiva.