FENATI: COME ROVINARSI UNA CARRIERA DA PREDESTINATO

Che Romano Fenati avesse un caratterino niente male era evidente sin da sempre.
Già agli esordi con le due ruote nel 2010, appena quattrordicenne, il pilota marchigiano aveva mostrato il suo temperamento a suon di staccate e sorpassi, ma anche di bizze e manovre al limite.
Un predestinato si diceva nei paddock d’Italia. Lì dove cresceva la nuova leva del motociclismo tricolore, lì dove si costruivano i campioni di un domani che è ormai arrivato e, perchè no, lì dove si cercava un erede al talento di Tavullia che ha fatto innamorare l’Italia ed il Mondo del motociclismo.
Un pacchetto estremamente nutrito di tanti ottimi piloti, da Bulega a Marini, da Bagnaia a Stefano Manzi. Tra questi però ce ne era uno in particolare che sembrava davvero poter ambire a scrivere il proprio nome nella “hall of fame” del motociclismo mondiale. Romano Fenati, indiscutibile talento che aveva saputo attirare su di se le attenzioni di tutti gli addetti al settore.
Vincitore del Campionato Europeo nel 2011 ad Albacete, in Spagna, a casa del nemico contro la pattuglia iberica che ha sempre mal digerito quelli che alzavano la voce in casa loro.
Romano Fenati c’era riuscito ed anche in maniera estremamente efficace, portando a casa un titolo che gli sarebbe valso una moto nel mondiale Moto3 con il Team Italia targato Federazione Motociclistica Italiana.
Anche questo era un progetto interessante, un team creato per lanciare nel panorama internazionale quei campioni in erba che avevano poche possibilità economiche, ma che sapevano mettere in luce il proprio talento ed interamente sostenuto, economicamente, dalla Federazione Motociclistica, ma questa è un’altra storia.
Romano Fenati trova una moto da guidare, performante e pronta per il suo talento da predestinato. All’esordio in Qatar chiude secondo, alla seconda uscita iridata, ancora in Spagna, a Jerez, conquista la sua prima vittoria. Sarà l’unica di quella stagione coronata da importanti podi ed un bottino di punti di assoluto rispetto.
Un predestinato dicevamo e nel 2014 arriva la grande occasione.
Il Vr46 Sky Racing Team. La squadra voluta da Valentino Rossi che ci mette la faccia oltre che il nome.
Un predestinato con un carattere difficile però ed è per questo che nel 2016, a margine di due stagioni dai risultati altalenanti, chiude burrascosamente il rapporto con il Team capitanato dal pluricampione del mondo di Tavullia.
Al suo posto Lorenzo Dalla Porta che però paga un gap di talento evidente rispetto al pilota marchigiano.
Il 2017 è l’anno del rilancio per le ambizioni di un pilota che, fino a lì, aveva dilapidato un capitale di opportunità. A dargli una moto e Ongetta Rivacold Racing Team, la squadra gli mette a disposizione un pacchetto tecnico assolutamente competitivo e Romano sa far risplendere il proprio astro chiudendo secondo nel mondiale, dietro ad un inarrivabile Joan Mir.
Il passaggio alla Moto2 è il naturale epilogo di una stagione a tratti perfetta per Fenati che trova sella in casa Marinelli Snipers con la Kalex e questa è storia di oggi.
Più su avevamo indicato alcuni dei protagonisti della nuova primavera motociclistica italiana che, a partire dal 2010 e sino ad oggi, hanno colorato le pagine delle testate specialistiche ed entusiasmato i più attenti osservatori del mondo motociclistico italiano.
Qualcuno si è perso, qualcuno cerca ancora spazio, uno su tutti ha continuato la sua cavalcata ed è entrato di diritto nel gruppo dei piloti veri, quelli forti, talvolta folli, Stefano Manzi.
Chi scrive ha avuto l’onore e l’onere di raccontarne le imprese agli albori della carriera e, già allora, riuscivo a trovare un solo aggettivo: Il Cannibale.
Pilota istintivo, che si prendeva quello che voleva in ogni modo, che arrivava alle sue vittorie su una ruota sola ben sapendo che sarebbe rientrato in paddock ricoperto dai rimproveri degli istruttori federali. A Stefano Manzi non importava, doveva vincere e doveva farlo ad ogni costo.
Fenati e Manzi si conoscono da sempre, hanno condiviso i circuiti più piccoli e le prime esperienze di gara. Percorsi di crescita diversi, ma a tratti sovrapponibili. Stessa voglia di vincere, stessa caparbietà ed identico temperamento sopra le righe.
La storia di oggi ci racconta di due ragazzi che hanno saputo conquistare spazio tra i grandi a suon di risultati e che, dopo quanto accaduto a Misano la scorsa domenica, pare debbano dividere irrimediabilmente le loro strade.
Non si fa, Romano non si fa. Il rischio fa parte del circus da sempre, ma non è contemplato quando è gratuito. Allungare la mano e tirare il freno all’avversario è cosa che, nemmeno giustificabile, si può accettare al giro di rientro dopo una sessione di allenamento, ma non su un rettilineo dove si rischia di far male.
Sono certo, conoscendo i due, che se le siano dette di tutti i colori sotto il casco. Sono certo che Stefano abbia provocato una reazione in Romano che non è certo il tipo da tirarsi indietro quando c’è da fare sportellate, ma non si può giustificare un gesto simile. Sappiamo che non volevi fargli male, ti crediamo.
Ma adesso vorrei chiederti se in quel momento hai pensato a quanto male stessi facendo a te e a chi ama questo sport.
Vorrei chiederti se ne è valsa la pena e, mio malgrado, temo di conoscere la tua risposta. Tra qualche tempo passerà, Stefano forse ti perdonerà, ma dispiace sapere che tu hai gettato al vento un talento cristallino per una rivalsa che sa di sconfitta.

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