Perché il sarrista deve aver fiducia in Carlo Ancelotti

Il panico creatosi la scorsa estate nel sostituire Maurizio Sarri sulla panchina del Napoli fu subito placato dall’arrivo di Carlo Ancelotti. Ma, ad oggi, il sarrista, l’adepto rivoluzionario del calcio proletario, è stato convinto dalla gestione del pluridecorato allenatore emiliano? Non ho mai pensato che la rosa attuale potesse soddisfare le metodiche di Carlo Ancelotti, soprattutto in virtù del calcio giocato in questi anni dalla squadra azzurra. Il Napoli degli ultimi tre anni ha avuto sempre un’unica prerogativa, e cioè quella di comandare il gioco. Triangolazioni veloci, reparti compatti, pressing alto, passaggi corti e ripetuti alla continua ricerca di spazi da conquistare.

Schema d’attacco del Napoli sotto la guida tecnica di Maurizio Sarri

 

Carlo Ancelotti ha sempre avuto un’idea di calcio pragmatico, con rapide verticalizzazioni.

 

Schema d’attacco del Napoli sotto la guida tecnica di Carlo Ancelotti

 

La notevole differenza deriva dal fatto che questo tipo di gioco viene espresso con passaggi ad ampio raggio, con calciatori che spesso si ritrovano nell’uno contro uno per saltare l’avversario. Un calcio che non prevede la costante aggressione sull’avversario ma una sostanziale differenza della gestione del campo. Venti metri in meno da coprire con cambi di gioco repentini e, all’occorrenza, che non disdegna la ripartenza. Insomma, un gioco che non basa più il suo credo sul totalitario collettivo, bensì su una maggiore individualità.

C’E’ CHI DISCENDE DAL CALCIO TOTALE

Cambiare assetto di gioco avrebbe potuto comportare notevoli disagi, ecco spiegato, con le famose griglie di partenza, le previsioni fatte in estate dalla carta stampata. Scetticismo che avrebbe coinvolto anche il più ottimista dei sarristi.

Una dottrina calcistica che ha avuto nei suoi padri fondatori il calcio totale olandese, quello meraviglioso di Rinus Michels. Impartito ancor prima dal suo maestro Jack Reynolds fino ad arrivare ai tempi più recenti con Arrigo Sacchi e Pep Guardiola, i quali ne hanno limato gli eccessi. Diciamocela tutta, per il credente sarrista è stata una liberazione disfarsi di Rafa Benitez dalla panchina azzurra. Lo spagnolo, nonostante meritevole dei due trofei acquisiti durante la propria gestione, a Napoli non sarà ricordato per il suo calcio spumeggiante. Eppure ha recato fascino e una maggiore internazionalità a questa società, l’arrivo di molteplici calciatori importanti, che ancora oggi militano nelle file azzurre, è dovuto a lui.

SARRISTI NELL’ANIMA, MA CON RAZIOCINIO

L’arrivo di Sarri ha portato aggregazione e spirito di sacrificio che, spesso, sono mancati durante la conduzione di Benitez. Una mancata continuità di gioco che non rientra nelle prerogative del Sarrismo e dei suoi adepti. La venuta di Ancelotti e il timore di assistere nuovamente ad un calcio intermittente ha impensierito i fedelissimi del Comandante. Sì, perché chi sposa questo pensiero ne incarna la completa interpretazione, e difficilmente resta plagiato da concezioni altrui. Carlo Ancelotti ha acquisito notevoli nozioni nel corso della sua carriera da calciatore, da Nils Liedholm ad Arrigo Sacchi fino ad arrivare a Fabio Capello. Ne ha appreso la maestria ma non ne ha mai estremizzato i concetti.

Il suo modo di insegnare calcio non ha mai condizionato le reali occorrenze della squadra. Dove ce n’è stato bisogno la squadra è stata ricomposta e adeguata a compiti che più gli si addicono. Ne abbiamo avuto dimostrazione a Parigi contro il PSG, durante un tambureggiante secondo tempo contro la Juventus e, non ultima, la prestazione vista nella seconda frazione di gara contro l’Udinese. Se per il sarrista Doc non è importante pesare il curriculum del proprio condottiero, è d’obbligo relazionarsi all’uomo Ancelotti, alla sua personalità e alla sua umiltà. Il sarrista d’eccellenza ne è consapevole. Perché il suo acume tattico non prevede alcuna ortodossia, perché chi è dotato di intelligenza sa dove fermarsi. E come ci ha insegnato di saper fare Ancelotti, anche il sarrista, che si ritenga tale, sa di dover ragionare sulle evidenze e rivedere il proprio giudizio.

EVOLUZIONI E VICISSITUDINI

Un Napoli visto e rivisto fino a darne la versione ufficiale (almeno per il momento ndr). Si è avuto inizio dopo le prime tre giornate di campionato, dopo la cocente sconfitta di Genova contro la Sampdoria. Quando consapevole di non poter schierare lo stesso modulo adottato dal suo predecessore rimescolò le carte in tavola. Da allora in poi la squadra ha sempre difeso con due linee da quattro elementi in mezzo al campo. Ha utilizzato calciatori in maniera alternativa, come Maksimovic terzino e Insigne centravanti. Fabian Ruiz e Zielinski si sono spesso avvicendati nei rispettivi ruoli e Koulibaly, in alcuni contesti, è il delegato principe nell’oltrepassare la linea di centrocampo. Sicuramente, dei molteplici cambiamenti, c’è qualcuno che ne ha fatto le spese. Callejon non guadagna più la zona di fondo come in passato e risulta meno prolifico. Allan, specie dopo la partenza di Hamsik, ha ridotto le sue incursioni e la sua dinamicità per un ruolo più stazionario nella propria metà campo. Inoltre, il protrarsi dei ripetuti infortuni, la condizione non ancora ottimale di Ghoulam e il mancato rendimento dell’ acquisto estivo di Simone Verdi, ha sicuramente influito sulle reali potenzialità della rosa.

UN FUTURO CHE NON RECRIMINA IL PASSATO

Ancelotti ha dovuto lavorare non poco per dare una fisionomia a questa squadra e non sconvolgere del tutto l’equilibrio di base acquisito. Soprattutto per i motivi suddetti, questo attualmente in corso è stato definito come anno di transizione. In primis perché questa rosa non ha caratteristiche totalmente compiacenti al suo gioco. In secondo luogo, e di conseguenza, perché probabilmente in estate ci sarà un cambio generazionale. Perché, in riferimento alla prima parte del discorso, dopo un anno di valutazione dell’intero gruppo c’è bisogno di soddisfare le esigenze tecnico-tattiche dell’allenatore.

L’obiettivo è di trovare 3 o 4 elementi confacenti al calcio di Carlo Ancelotti. Se ci saranno calciatori da sacrificare nell’intento di migliorare questa squadra? Si, è un’ipotesi percorribile. Ma una cosa è certa, vedere questi ragazzi dopo tanti anni ancora così uniti e compatti è forse l’unico stimolo che ci ha consentito di seguire con passione il calcio nostrano. La gioia e il sorriso di questi ragazzi resteranno indelebili nei nostri cuori, qualunque sarà il loro percorso futuro. Non sempre la vittoria comporta l’emozione della propria platea, loro ci sono riusciti comunque.

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