Ancelotti esce di scena senza rumore, di clamore ne aveva suscitato abbastanza

Carlo Ancelotti se n’è andato in punta di piedi, con discrezione, senza recare fastidio e ulteriori malumori. Forse solo con un sopracciglio più rigido e più marcato del solito, per un progetto che, nonostante l’entusiasmo del suo esordio, è andato a fondo. Ma è andato via tranquillo, senza sbattere la porta, senza fare rumore. D’altronde, negli ultimi giorni, lo aveva lasciato intendere, manifestando timidamente il suo orgoglio di non essersi mai dimesso nel corso della sua carriera. Probabilmente risentito dal fallimento del compito che gli era stato assegnato, ma sobrio ed onesto nell’ammettere le sue mancanze. Le buone prestazioni ottenute in Champions non sono andate di pari passo con il percorso deficitario ottenuto in campionato.

Un periodo che non poteva – e di sicuro non avrebbe dovuto – continuare a lungo. All’ex tecnico azzurro non è mancata l’onestà intellettuale nell’ammettere le proprie colpe. Certo, avremmo visto di buon grado ben altre decisioni. Come quella di non infilare due piedi in una scarpa, come l’ambiguità mostrata durante la funesta Rivolta di novembre, scatenata per un motivo ancora del tutto da chiarire. Quel vorrei ma non posso che ha finito con l’accerchiare se stesso, risultando fin troppo consenziente nell’appoggiare le scelte della società. Accondiscendente, fin troppo, specialmente in fase di mercato. Questo avrebbe dato forza alla scelta di un allenatore come Ancelotti. Di un progetto basato sulle scelte determinate dal volere di un allenatore dal nome blasonato che si porta dietro. Se il suo cruccio si basava  sull’arrivo di un trequartista avrebbe dovuto imporre maggiormente le sue idee, anche a discapito di cessioni importanti.

Ancelotti, forse in maniera celata – e senza volerne affondare troppo il coltello nella piaga – è stato ripudiato proprio nel suddetto periodo. La linea guida della società ebbe ancora una volta la priorità, la scelta del giovane attaccante messicano al corroso e lungo degente James determinò – l’allora mascherata – sconfitta del progetto Ancelotti. Un terreno che da allora non si presentò mai più fertile, bensì arido e insidioso – al cospetto del calcio che il tecnico di Reggiolo intendeva proporre. Del suo ce ne ha messo, questo è altrettanto vero. Escludere un ruolo come quello del vertice basso è stata una scelta quantomeno azzardata senza prima aver ottenuto le garanzie dovute. Un Limbo di quelli infausti, un orizzonte che si allontanava sempre più dall’agognata e sognata terra promessa.

In questa storia il Napoli paga dazio due volte. Primo per il fallimento di un progetto così tanto propagandato dalla stessa società, secondo per la terra bruciata che gli adulatori, amici, dello stesso tecnico gli hanno reso sulla carta stampata. Io, di contro parte, penso che mai come in questa occasione la scelta del Patron De Laurentiis sia stata oculata. Accantonando le proprie ragioni e il proprio orgoglio, per quanto concerne un ammutinamento che in qualche modo ha fomentato anch’egli. Stavolta ha lasciato prevalere coerenza e razionalità, privilegiando il bene di questa squadra. Una scelta da padre di famiglia, Aurelio De Laurentiis si è comportato da Presidente, dettata dalle evidenze che il campo aveva mostrato da troppi mesi ormai. Finalmente cosciente che fino a due anni fa eravamo un’eccezione in un mondo, come queelo del calcio, che ci ha tramutati nelle bieche di una comune regola. Quella di un calcio che ha finito col mandare in confusione i protagonisti stessi, del singolo episodio che comportava la condanna, su un assetto di gioco mai totalmente assemblato e un equilibrio mai realmente ritrovato.

Realizzare il declino delle proprie scelte –  ricorrendo ai ripari – non è il sinonimo di una sconfitta. Lo sarebbe stato perseverare e nascondersi dietro a presunte convinzioni. Gennaro Gattuso può rappresentare la riscossa ad una stagione che rischiava di andare in malora. Basta con la caccia all’uomo, basta con la ricerca furente del capro espiatorio. Da questa storia non esce una Frattamaggiore che batte e affonda Reggiolo. Queste, sia dal punto di vista sociale che culturale, sono faide classiste di cui dovremmo ampiamente farne a meno, qui c’è semplicemente in ballo il futuro del Napoli. Quello che necessita di una certa urgenza, di stringere e compattare la squadra, accorciare gli spazi, per correre un po’ meglio e provare a recuperare l’attitudine antica al palleggio. Di rimediare alle manifeste carenze del centrocampo. Di ritrovare la passione e intraprendere nuovamente quella folle idea di fare calcio. Di ritornare nuovamente alle sorgenti dell’oasi felice, mettendo in disparte una normalità priva di ogni fantasia.

 

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