A volte la memoria, come certe strade di Sicilia, ritorna sempre sullo stesso punto. E lì rimane. Basta una frase, «quel fattaccio, di quei ragazzi morti ammazzati», per riportare alla luce la strage di Capaci: cinque quintali di tritolo nascosti in un canale di scolo, un tratto d’autostrada che salta come se qualcuno avesse voluto mostrare — con crudele evidenza — quanto poco valga la vita quando la mafia decide di pronunciarne la sentenza. Il 23 maggio 1992 morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Morti «caduti a terra come persone», direbbe chi conosce il peso specifico delle parole.

Nel 1986 — un anno che sembra lontano e neanche a dirlo non lo è — Pietro Coppola era un giovane poliziotto assegnato alla scorta del giudice Falcone. Palermo era un teatro in cui il dramma non necessitava di scenografie: bastavano le strade, le piazze, qualche silenzio di troppo. E lui, Coppola, osservava. Il mestiere della scorta non ammette distrazioni: si guarda, si ascolta, si pensa. «Falcone era un grande uomo, era sempre molto serio, concentrato, ma altrettanto attento e cordiale», ricorda oggi, con quella misura che appartiene solo a chi ha visto da vicino la fragilità e il coraggio condividere lo stesso spazio.

Dodici mesi accanto a Falcone: un anno che vale più di altri, segnato dall’idea — antica, forse illusoria, ma necessaria — che lo Stato possa ancora riconoscersi nei suoi servitori. Oggi Coppola è sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio presso la Divisione Anticrimine di Avellino. Ha percorso una carriera fatta di incarichi delicati, di protezione prestata a figure istituzionali, di medaglie — d’Argento e d’Oro — che non cancellano nulla ma testimoniano una continuità: quella che, in Sicilia, si misura più nella fatica quotidiana che nella retorica.

Ieri, in Prefettura, gli è stata conferita l’Onorificenza al Merito della Repubblica Italiana. Un riconoscimento formale, certo; eppure, nel rigore della cerimonia, si avvertiva qualcosa che assomiglia a una domanda. Forse la stessa che accompagna sempre storie come questa: quanto resta, nel Paese, di ciò che uomini come Falcone — e chi lo custodiva — hanno provato a difendere? E quanto di quel ricordo, ostinato e sobrio, continua a resistere nonostante tutto?