
E’ successo la Vigilia di Natale. E no, non è stato un incidente. Non è stata sfortuna.È stato un avvertimento. La violenza non esplode mai per caso. Si prepara. Fermenta. Aspetta solo l’ora giusta. E l’ora giusta, ad Avellino, sembra arrivare sempre quando si festeggia. Quando si beve. Quando si abbassa la guardia. Dopo il 24 dicembre ci si sarebbe aspettati una risposta. Una presa di posizione netta. Un segnale chiaro. E invece, nulla. Nessun potenziamento annunciato. Nessuna strategia resa pubblica. Nessuna parola che dicesse: abbiamo capito. E allora la domanda è inevitabile, scomoda, fastidiosa: dobbiamo aspettare un’altra Vigilia macchiata di violenza per intervenire? Dobbiamo contare i feriti per decidere che forse, sì, un rafforzamento dei controlli serviva? La sicurezza non è un concetto astratto.
È presenza.
È prevenzione. È lo Stato che si fa vedere prima, non che arriva dopo con i verbali e le indagini.
Quelle servono, certo. Ma servono quando il danno è già fatto. Quando il sangue — fisico o morale — è già stato versato. E poi c’è l’alcol. Sempre lui. Il grande alibi. Il grande colpevole mai davvero affrontato. Minori che bevono. Esercenti che chiudono un occhio. Adultità che abdica. E intanto, la miccia si accende, corta, inevitabile. La Vigilia di Capodanno incombe. Un’altra notte lunga. Un’altra prova. Un’altra occasione per dimostrare che la città è capace di proteggersi.
O per confermare che preferisce reagire solo quando è troppo tardi. Non è allarmismo. È memoria. È la lezione che la cronaca ci ha già impartito, a Natale, senza chiedere il permesso.
Elaborare ora un potenziamento della sicurezza non è un atto di forza. È un atto di intelligenza. Di responsabilità. Di rispetto verso chi vuole solo festeggiare senza paura. Perché una città che aspetta la prossima violenza per intervenire è una città che ha già perso il controllo. E il Capodanno, se ignorato, rischia di diventare solo un’altra data da ricordare per ciò che non si è fatto.




