
La Cassazione ha confermato le misure cautelari per Lello Letizia e i suo braccio destro e parente Pasquale Di Bona, coinvolti nell’inchiesta della Dda di Napoli. Ancora carcere per il ras dei Casalesi fazione Russo- Schiavone Raffaele Letizia alias Lello e suo cognato nonchè braccio destro Pasquale Di Bona, coinvolti nell’inchiesta della Dda di Napoli sulle slot illegali e scommesse clandestine col placet del clan. E’ quanto stabilito dalla terza sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Andrea Gastone che si è pronunciata sul ricorso proposto dai legali di Letizia e Di Bona, avverso l’ordinanza del tribunale del Riesame di Napoli. La sezione del Riesame del tribunale partenopeo ha confermato l’ordinanza del gip del tribunale di Napoli che aveva disposto per entrambi la custodia cautelare in carcere in relazione ai reati di associazione a delinquere finalizzata alla gestione di slot e scommesse clandestine. Secondo l’ipotesi accusatoria, la coppia avrebbe operato a vantaggio della fazione Russo-Schiavone del clan dei Casalesi.
Per la Dda a capo del sodalizio vi era Lello Letizia che, rientrato alla fine del 2021 a Casal di Principe dopo essere stato sottoposto alla misura di sicurezza della libertà vigilata, avrebbe riannodato i rapporti- semmai interrotti – con il clan di appartenenza e riattivando così una cellula criminale dell’organizzazione. Il sodalizio ha, quindi, progressivamente ampliato la rete di bar e di altri esercizi commerciali dove poter installare apparecchi e congegni da intrattenimento scollegati dalla rete telematica di ADM, anche avvalendosi di soggetti prestanome. Inoltre, avrebbero esercitato la raccolta abusiva delle scommesse clandestine nell’interesse del clan, utilizzando siti internet dedicati e conti di gioco per gli scommettitori, anche attraverso agenzie autorizzate, ai cui titolari veniva riconosciuta una percentuale sulle scommesse non autorizzate gestite in modo parallelo. Avverso il provvedimento del Tribunale delle Libertà è stata presentata istanza alla Suprema Corte lamentando vizi di legge e motivazione.
Per i legali sarebbe “dubbia il ruolo partecipativo al sodalizio criminale e i gravi indizi di colpevolezza sarebbero ricavabili da forzature delle intercettazioni e delle risultanze investigative”. Per la Cassazione i ricorsi sono infondati poichè “Letizia – già appartenente al clan dei Casalesi – aveva riallacciato i rapporti con la criminalità organizzata locale di tipo mafioso non appena tornato in zona, dopo aver scontato altrove la misura di prevenzione. Inoltre un’attività organizzata nello specifico settore criminale di riferimento, e nello specifico territorio, non avrebbe avuto alcun margine di manovra qualora non avesse agito proprio al fine di agevolare il gruppo Schiavone-Russo del clan dei Casalesi, non avendo altrimenti alcuna capacità contrattuale di operare ed acquisire illeciti profitti, a tal fine predisponendo una struttura ampia e sufficientemente radicata. Stesso dicasi per Di Bona”.













