A sostenere la necessità di una stretta sulle trasferte “selvagge”, sono anche le informative puntualmente redatte dalle squadre tifoserie delle Digos di tutta Italia e quelle relative a indagini sottotraccia (alcune in corso) sul business che si cela attorno al sistema delle trasferte e che va a sommarsi a quello dei ticket, del merchandising e dello spaccio fuori e dentro le Curve.

La «movimentazione» delle tifoserie, come la chiamano in gergo gli addetti ai lavori, è già da tempo sotto i riflettori del Viminale e dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Difficile pensare che nella schiera dei minivan intercettati ieri lungo la A1 tra Frosinone e Ceprano, con a bordo i tifosi della Lazio armati di lame, asce, machete e spranghe pronti ad affrontate i “Naples” ossia i sostenitori del Napoli in viaggio verso Torino, vi fosse pure qualche famigliola al seguito con bambini. La recrudescenza di agguati e scontri fuori dagli stadi e durante gli spostamenti dei supporter organizzati per seguire le partite (anche delle leghe dilettanti e di sport come hockey e basket: di ottobre l’assalto di un gruppo di ultrà reatini al pullman dei tifosi del Pistoia Basket, sfociato nell’uccisione del co-autista, Raffaele Marianella colpito da una pietra) ha indotto a più approfondite riflessioni e a un ripensamento del sistema che, con tutta probabilità, sarà applicato a partire dal prossimo campionato di Calcio. «Siamo al lavoro affinché i tifosi per bene possano entrare allo stadio», sottolineava ieri sera il vice premier Matteo Salvini commentando il divieto di trasferta già inferto a viola e romanisti.

Intanto monta il pressing perché, oltre ai daspo, ai tifosi armati sia contestato a prescindere il dolo eventuale che si verifica quando un soggetto «pone in essere un’azione accettando il rischio» che possano verificarsi eventi delittuosi, anche gravi. Non più trasferte autogestite, frammentate in piccoli gruppi, ma previste attraverso canali autorizzati, “geolocalizzabili” e sotto la supervisione – e quindi la corresponsabilità – delle società di calcio. Il fenomeno è ormai chiaro e confermato da quanto accaduto nell’ultima settimana con gli scontri in autostrada tra romanisti e viola della Fiorentina e dai fatti di ieri a Frosinone. A sostenere la necessità di una stretta sulle trasferte “selvagge”, sono anche le informative puntualmente redatte dalle squadre tifoserie delle Digos di tutta Italia e quelle relative a indagini sottotraccia (alcune in corso) sul business che si cela attorno al sistema delle trasferte e che va a sommarsi a quello dei ticket, del merchandising e dello spaccio fuori e dentro le Curve. E che vedrebbe una connessione di interessi trasversale, alla faccia della fede calcistica e dei campanilismi. A dimostrarlo la recente inchiesta dei pm di Milano, che ha decapitato i vertici ultrà di Inter e Milan e che vede coinvolte altre tifoserie. C’è poi l’abitudine ormai consolidata di noleggiare auto e minivan al posto dei tradizionali pullman.

Una stranezza rilevata da chi indaga? Alcune tifoserie del Sud Italia che si rivolgono a noleggiatori del Nord. Il sospetto è che dietro a queste società vi siano i tentacoli dei capi delle Curve più popolari. Addirittura le regole di ingaggio per le trasferte sarebbero argomento dei “convegni” – clandestini – tra i boss delle Curve. Ed è sempre l’inchiesta meneghina a tratteggiare le linee di un certo tipo di tifo organizzato: «Organizzare e dar vita a scontri con le opposte tifoserie o le forze dell’ordine è un aspetto fondamentale della mentalità ultras ed essere un gruppo “militarmente forte” è essenziale per acquisire rispetto e autorevolezza». Una logica in cui si colloca anche la necessità di reperire «armi» e di arruolare un «commando» composto da persone «allenate» in «campi di addestramento». E chi è in grado di “arruolare” più giovani possibile ha il predominio. Ieri sugli spalti di Atalanta – Parma a Bergamo campeggiavano striscioni “trasversali” contro i divieti di trasferta.

Non solo. Inquietante lo schema in strada dagli ultras che a una analisi attenta appare “bilanciato” e contrapposto a quello messo in campo dalle forze dell’ordine: ogni minivan contiene 9 persone, una camionetta del Reparto Mobile 8 poliziotti più l’autista. Snobbati treni e pullman (geolocalizzabili) c’è persino chi si preoccupa di cambiare le targhe per sfuggire a velox e telecamere. Ora ogni autogrill è presidiato da un blindato e da una pattuglia della Stradale. Con un ulteriore impiego (e dispendio) di agenti. «Ci sono partite di continuo, pure infrasettimanali, e per assicurare il controllo degli itinerari delle tifoserie, la Polstrada deve attingere alle pattuglie impegnate nei servizi ordinari», cita allarmata una nota. Insomma, «siamo costretti a fare da “baby sitter” a tifosi scalmanati e spesso giovanissimi», taglia corto un agente di lungo corso.