La dottoressa Claudia Cavallo, criminologa, referente regionale dell’associazione “Liberi Liberi Articolo 27”, componente dell’Osservatorio delle persone private della libertà personale della Regione Campania, attivista e volontaria nelle carceri per la difesa dei diritti dei detenuti e parte del tavolo carceri sulla sanità mentale della Consulta Popolare Sanità e Salute, denuncia con forza una situazione ormai fuori controllo. Nel mirino il carcere di Bellizzi Irpino, quello di Carinola e la casa circondariale di Poggioreale.

L’EMERGENZA ACQUA: UN DIRITTO NEGATO

A Bellizzi Irpino e Carinola, l’acqua manca spesso del tutto. A Poggioreale viene sospesa ogni giorno, dalle 11:00 fino alle 16:00 circa. «È una situazione indegna di un Paese civile», denuncia Claudia Cavallo. «L’acqua è un bene primario: senza acqua non c’è igiene, non c’è salute, non c’è dignità. Ci sono detenuti che non riescono neanche a lavarsi».

SOVRAFFOLLAMENTO, DEGRADO E SALUTE MENTALE

Il quadro è aggravato dal sovraffollamento cronico, dalla carenza di personale, da condizioni igienico-sanitarie precarie e da una gestione insufficiente della salute mentale. «Come criminologa e operatrice», spiega Cavallo, «vedo ogni giorno gli effetti devastanti: disagio psichico, autolesionismo, tensioni continue. Il carcere, così com’è, non cura, non rieduca, ma distrugge».

“MA COME PUÒ UN DETENUTO USCIRE RIEDUCATO?”

E qui la denuncia si fa ancora più netta: «Ma davvero vogliamo continuare a parlare di funzione rieducativa della pena? Come può un detenuto uscire rieducato da un luogo dove gli viene negata perfino l’acqua? Come può una persona ritrovare equilibrio, dignità, umanità, se viene privata dei diritti fondamentali?» La criminologa pone una domanda provocatoria ma necessaria: «Non ho capito: il carcere serve a espiare la pena o a infliggere una tortura quotidiana? Perché se le condizioni sono queste, allora non stiamo parlando di esecuzione della pena, ma di qualcosa di molto più grave». E aggiunge: «Così il carcere non rieduca, ma rincattivisce. Non restituisce cittadini migliori, ma persone ancora più fragili, arrabbiate, distrutte».

IL RICHIAMO ALL’EUROPA E AL DIVIETO DI TORTURA

Claudia Cavallo richiama anche i principi internazionali: «L’Europa è chiara. La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, all’articolo 3, vieta trattamenti inumani e degradanti. E la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte condannato condizioni carcerarie incompatibili con la dignità umana». Inoltre, il sistema europeo di prevenzione, attraverso il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, stabilisce standard precisi: accesso all’acqua, igiene, condizioni minime di vivibilità. «Se manca tutto questo», afferma Cavallo, «non siamo più nell’ambito della pena, ma in quello del trattamento degradante. E questo è inaccettabile».

UNA DENUNCIA CHE ARRIVA DALLE CELLE

Le segnalazioni arrivano direttamente dai detenuti, attraverso lettere e comunicazioni continue. «Stanno denunciando da tempo», sottolinea Cavallo. «E il silenzio delle istituzioni è assordante».

UN APPELLO FORTE E CHIARO

«Lo ribadisco come criminologa, lo ribadisco come referente regionale dell’associazione Liberi Liberi Articolo 27, lo ribadisco come attivista e volontaria: non mi fermerò». E conclude: «Non capisco perché nessuno intervenga seriamente. Qui non si tratta di ideologia, ma di diritti umani fondamentali. Uno Stato che priva dell’acqua i detenuti è uno Stato che deve interrogarsi profondamente su sé stesso».