Un sistema organizzato, stabile e altamente tecnologico che avrebbe trasformato l’accesso abusivo alle banche dati pubbliche in un vero mercato nero delle informazioni riservate. È quanto emerge dall’ordinanza cautelare firmata dal gip Giovanni Vinciguerra nell’inchiesta che coinvolge la società “Sole Investigazioni e Sicurezza srl” e una rete di investigatori privati, pubblici ufficiali e professionisti accusati di aver creato un sistema illegale di dossieraggio.
Secondo gli inquirenti, il gruppo operava come una vera e propria struttura imprenditoriale capace di reperire dati sensibili – precedenti di polizia, redditi, informazioni previdenziali e bancarie – attraverso accessi abusivi ai sistemi informatici dello Stato.
La rete dello spionaggio
Al centro dell’indagine figurano Mattia Galavotti e Giuseppe Picariello, ritenuti i promotori di un sistema che ruotava attorno alla “Sole Investigazioni” e alla società “Signal” di Luigi Rosati.
Le due agenzie, secondo la Procura, non agivano isolate ma coordinavano una rete nazionale di società investigative clienti, alle quali venivano forniti dossier completi ottenuti illegalmente attraverso banche dati pubbliche.
Durante le perquisizioni informatiche gli investigatori hanno trovato cartelle contenenti decine di nomi di agenzie sparse in tutta Italia, considerate clienti del sistema.
Accessi abusivi ai database dello Stato
L’organizzazione avrebbe utilizzato piattaforme informatiche dedicate per ricevere le richieste dei clienti e caricare i report illegali.
Secondo l’ordinanza, gli accessi abusivi al Sistema d’Indagine del Ministero dell’Interno (SDI) sarebbero stati effettuati utilizzando utenze in uso a pubblici ufficiali infedeli, appartenenti alle forze dell’ordine.
Nel mirino anche interrogazioni abusive ai sistemi dell’INPS e dell’Agenzia delle Entrate, utilizzati per ottenere dati contributivi e fiscali.
Il sistema dei pagamenti
Per mascherare il flusso di denaro, il gruppo avrebbe utilizzato un articolato sistema di fatture false e società schermo.
Figura centrale sarebbe quella del commercialista Pietro De Falco, accusato di emettere documentazione per operazioni inesistenti così da giustificare i pagamenti tra le società coinvolte.
Secondo gli investigatori, il denaro destinato ai pubblici ufficiali corrotti veniva poi trasferito tramite contanti o ricariche Postepay.
“Una vera associazione a delinquere”
Per il gip Vinciguerra non si tratterebbe di episodi isolati, ma di “un’associazione a delinquere stabile”, caratterizzata da ruoli precisi, infrastrutture informatiche dedicate e rapporti corruttivi continuativi.
L’inchiesta accende nuovamente i riflettori sulla vulnerabilità delle banche dati pubbliche e sul rischio che informazioni sensibili dei cittadini possano finire in circuiti illegali alimentati dalla corruzione.













