Panem et circenses: il calcio come fenomeno da baraccone

Nonostante l’arco temporale sia diverso, le due associazioni – al giorno d’oggi – si sposano perfettamente. Panem et circenses era un vecchio metodo di governo: letteralmente significa “pane e divertimenti”. Già dai tempi dei Romani (ma anche prima) i governanti sapevano che bastava dare al popolo il necessario per la sopravvivenza e distrarlo con divertimenti vari, per essere liberi di fare quel che si voleva, in maniera più o meno palese. Essa stava a schematizzare ciò di cui la gente era affamata: cibo e spettacolo. Era questa l’unica aspirazione, dopo un periodo destinato da Traiano alle guerre fuori confine e di rinunce molto forti. Pane e giochi, era questo, secondo i romani, le uniche due cose che servivano per tenere buono il popolo affinché non si ribellasse. Ma la metamorfosi avvenne verso la metà del XVI secolo, in particolar modo nei paesi baltici, quando iniziò a diffondersi presso le corti la moda di far esibire persone con malformazioni fisiche. Il modo più goliardico per divertire i nobili, ma che presto si diffuse anche all’interno delle taverne e durante le fiere. Il tutto assumeva il nome di fenomeno da baraccone, un paragone del tutto associabile all’attuale mondo del calcio. Eppure sono convinto che le civiltà del passato potrebbero oggi insegnarci come saperci comportare in maniera civile, come meglio vivere nella propria comunità. Loro non usavano lo spettacolo come tramite allo sfogo sociale. La repressione non sapevano nemmeno cosa fosse. L’unica condotta energica la utilizzavano per sfamare le proprie famiglie e non per denigrare uomini di colore diverso dal proprio. Questo sport ha ormai una credibilità che è arrivata ai minimi storici, la quale rischia seriamente di minarne il futuro. Il calcio va di pari passo a quanto esprime la società odierna, colei che vede nell’odio e nel razzismo i suoi principali fautori. Al bando tutti i principi di uguaglianza e di fratellanza, nessun rispetto verso le regole ma solo fomenti di rancore e sterminata follia. Alla riflessione ci si arriva attraverso i morti, attraverso il degrado, attraverso gli ultimi appelli. Non siamo più il popolo dell’evoluzione, perché siamo ad un passo dalla deriva. Questo è l’andazzo del nostro Bel Paese. Oggi invece succede che il boxing day diventa un giorno da necrologio, l’ennesima e spiacevole abitudine alla sconfitta per il genere umano. Ci ritroviamo tra l’incudine e il martello, tra la denuncia e il voler minimizzarne le gesta per impedirne la cassa di risonanza. Il limbo temporale tra la libertà e la schiavitù, prigionieri dello Status Quo e dei suoi torbidi schemi. Il problema non verrà risolto mascherandoci allo stadio con la faccia di Kalidou Koulibaly, né tanto meno con le propagande da social, manifestando il nostro singolo dissenso contro il razzismo. Lo si fa identificando se stessi, la propria indole, scavando nelle radici più profonde di questa triste realtà. Si combatte rispettando la legge e garantendo l’applicazione delle regole, attraverso un impegno quotidiano, attraverso l’educazione, attraverso la scuola, attraverso queste benedette istituzioni che sono assenti da una vita! Si combatte con il rispetto che dobbiamo prima a noi stessi, quello di ribellarci agli spregevoli canoni attuali, evitando, una volta e per sempre, di restare il paese nel quale per smuovere le coscienze ci sia ancora bisogno del morto in casa propria.

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