La fragilità diplomatica del Medio Oriente è emersa con violenza nelle ultime ore, mettendo a dura prova l’accordo raggiunto tra Washington e Teheran. Nonostante l’annuncio di una sospensione delle ostilità per due settimane, la tregua a rischio in Medio Oriente è diventata realtà quando l’esercito israeliano ha sferrato l’operazione “Oscurità eterna”. In appena dieci minuti, cinquanta caccia dell’Idf hanno sganciato 160 bombe su Beirut, colpendo oltre cento obiettivi di Hezbollah. Questo attacco massiccio ha causato, secondo le autorità libanesi, 254 vittime e oltre mille feriti, scatenando l’immediata reazione dell’Iran. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiarito subito che l’intesa non vincola le azioni di Tel Aviv contro le milizie sciite. «La tregua non è la fine della guerra. Il cessate il fuoco è una tappa per raggiungere tutti gli obiettivi», ha dichiarato il primo ministro durante un discorso serale. Israele mantiene quindi il “dito sul grilletto”, escludendo il fronte libanese dai termini dell’accordo mediato da Pakistan e Cina. Questa posizione ha spinto l’Iran a minacciare il ritiro dai negoziati previsti a Islamabad, poiché ritiene i raid su Beirut una violazione intollerabile. Le conseguenze della ripresa dei bombardamenti si sono spostate rapidamente sul piano economico e logistico. Dopo il passaggio delle prime petroliere, i Pasdaran hanno annunciato che la tregua a rischio in Medio Oriente comporta il blocco totale del transito nello Stretto di Hormuz.

Teheran pretende ora un’autorizzazione preventiva per ogni imbarcazione, ipotizzando persino il pagamento di un pedaggio in bitcoin. Secondo le bozze circolate, ogni nave potrebbe dover versare fino a due milioni di dollari per attraversare quel braccio di mare fondamentale per le forniture energetiche globali. Il presidente americano Donald Trump ha minimizzato la portata degli attacchi israeliani, definendoli semplici «scaramucce» che non inficiano l’intesa principale. Durante un’intervista, ha ribadito che il Libano non è incluso nel patto siglato con l’Iran, confermando di fatto il via libera alle operazioni di Netanyahu. Tuttavia, la Casa Bianca deve gestire le tensioni interne alla Nato e le critiche internazionali per l’alto numero di civili coinvolti. La portavoce Karoline Leavitt ha inoltre precisato che molti punti della proposta iraniana sono considerati “spazzatura” e non verranno accettati dagli Stati Uniti. Un evento gravissimo ha coinvolto direttamente l’Italia, quando soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro un convoglio Unifil. Il mezzo, un Lince chiaramente identificabile, è stato colpito da spari di avvertimento mentre si dirigeva verso l’aeroporto di Beirut. La premier Giorgia Meloni ha definito l’accaduto «del tutto inaccettabile», inviando una protesta formale tramite il ministro Tajani. L’aggressione al personale che agisce sotto bandiera Onu rappresenta una violazione della risoluzione 1701 e complica ulteriormente i rapporti tra Roma e Tel Aviv in questa fase di tregua a rischio in Medio Oriente.

Nonostante l’instabilità sul campo, le borse mondiali hanno reagito con un iniziale ottimismo alla notizia del cessate il fuoco. Milano ha guadagnato il 3,70%, mentre Francoforte è volata oltre il 5%, sperando in una stabilizzazione dei prezzi del gas e del petrolio. Tuttavia, gli analisti avvertono che il ritorno della tensione a Hormuz potrebbe invertire rapidamente questo trend positivo. Se il blocco navale dovesse persistere, il risparmio stimato da Bankitalia sui costi logistici verrebbe annullato, alimentando nuove spinte inflazionistiche in tutta l’eurozona. Il settore dei trasporti resta in massima allerta a causa dell’incertezza sulle forniture di cherosene e jet fuel. Ryanair ha già annunciato il taglio del 10% dei voli in Europa fino a luglio, lamentando l’insostenibilità dei costi energetici. Il ministro Adolfo Urso ha convocato i vertici delle compagnie petrolifere per evitare speculazioni alla pompa, dove il diesel ha superato i 2 euro al litro. Anche se la tregua a rischio in Medio Oriente dovesse reggere, gli esperti ritengono che i prezzi non scenderanno velocemente a causa dei contratti di copertura finanziaria già stipulati. Teheran ha presentato una lista di dieci punti che Washington considera in gran parte irricevibili.

Tra le richieste spiccano lo smantellamento delle basi americane nella regione e il risarcimento dei danni di guerra subiti. Sul fronte nucleare, l’Iran non intende rinunciare all’arricchimento dell’uranio per scopi civili, mentre il Pentagono resta fermo sul divieto assoluto. Questo muro contro muro rende i prossimi round negoziali estremamente complessi, poiché entrambe le parti utilizzano la pressione militare per ottenere vantaggi al tavolo della diplomazia. Oggi la premier Meloni illustrerà in Parlamento la strategia del governo per i prossimi mesi, con un focus inevitabile sulla crisi internazionale. Oltre a smarcarsi dalle posizioni più estreme di Netanyahu, la presidente del Consiglio dovrà rassicurare gli alleati sulla tenuta del contingente italiano in Libano. La gestione della tregua a rischio in Medio Oriente diventa così il banco di prova per la “fase due” dell’esecutivo, che cerca di bilanciare la fedeltà atlantica con la tutela degli interessi nazionali e della sicurezza dei propri soldati.